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Premiata Forneria Marconi (PFM)

Premiata Forneria Marconi (PFM)

Premiata Forneria Marconi (PFM): intervista a Franco Mussida, Franz Di Cioccio e Patrick Djivas

Il Messaggero 24.07.2011

Sarà un vero e proprio esperimento di progressive sinfonico quello che andrà in scena stasera in piazza Karl Marx a Marsciano. Un evento unico, un concerto che racchiude molto altro, indubbiamente un regalo importante al pubblico umbro in quella che sarà la serata finale di Musica per i borghi, il festival di musica etnica e popolare guidata da Peppe Vessicchio e Valter Pescatori. Sul palco la Premiata Forneria Marconi, Roberto Vecchioni ed Emma Marrone, accompagnati dai 40 componenti dell’orchestra diretta da Vessicchio per un live altamente sperimentale che non è mai andato in scena prima d’ora (inizio previsto per le 21,30, ingresso gratuito). La Pfm spiega l’origine di questa idea.
Franco Mussida, può raccontarci la genesi di questo progetto?
«Il brivido di suonare con un’orchestra sinfonica l’avevamo già provato e l’esperienza è stata meravigliosa. Poi a Sanremo Beppe (Vessicchio, ndr) ci ha parlato di quest’idea e visto com’è andata lì con Vecchioni abbiamo deciso di dargli un seguito».
Del resto voi avete sempre sperimentato molto.
«Direi proprio di sì. La scrittura progressive è molto ricca e i brani dei primi tre album prevedevano l’utilizzo dell’orchestra; diciamo che era nel nostro dna ma all’epoca non potevamo certo permetterci un orchestra».
Eppure grazie alla tecnologia riusciste a superare l’ostacolo, giusto?
«Esattamente. Quando portammo in Italia il Mellotron, uno dei primi campionatori, la gente lo vedeva come uno scatolone con i tasti. Non sai quante volte qualcuno ci disse “fate finta di suonare ma usate i nastri!” erano altri tempi».
Franz Di Cioccio cosa pensa quindi delle attuali tecnologie legate alla musica?
«Siamo assolutamente contrari all’uso dei computer sul palco. Ora basta premere un bottone per ottenere certi effetti, mentre noi vogliamo creare a mano. Un po’ come fare la pasta in casa, i vostri strangozzi per esempio».
Ma dove trovavate questi strumenti innovativi?
«Era una ricerca continua. All’estero spuntavano continuamente novità e noi viaggiavamo per incontrare ricercatori e musicisti».
Insomma, vi siete divertiti.
«Direi proprio di sì. Del resto in inglese suonare si dice “to play”. Anche il concerto di stasera sarà divertente: l’orchestra farà dal vivo quello che noi sognavamo e tentavamo di replicare con i synt. Sarà come avere le montagne intorno, il mare e tante altre cose splendide».
Patrick Djivas, quindi la Pfm è ancora piena di idee?
«Sì, assolutamente. Non abbiamo mai fatto calcoli sulla nostra carriera, continueremo a suonare finché le cose che arrivano ci piaceranno, senza porci mai il problema che potrebbero essere difficili».
Difficili in che senso?
«Ad esempio stiamo per buttarci in un progetto molto impegnativo, “Pfm in classic” dove suoneremo i nostri brani intrecciati con le composizioni classiche di autori come Verdi, Dvorjak, Mozart».
Sarebbe stato difficile anche 40 anni fa?
«Certo, ma siamo stati sempre abbastanza incoscienti e non ci siamo mai tirati indietro».
Questione di coraggio?
«No, forse d’esperienza e consapevolezza. Ad esempio una volta eravamo al Madison Square Garden per un live e i nostri strumenti rimasero bloccati in dogana. Noleggiammo tutto di corsa e ricordo che salii sul palco con un basso che non avevo mai visto prima chiedendo a quale amplificatore dovevo attaccarmi. Poi andò tutto benissimo».
Di situazioni come questa ve ne sono capitate molte?
«Beh, in oltre 5000 concerti ne abbiamo viste di cose! Ora siamo sereni sul palco, anche se la serenità non c’è mai per un artista: senti un peso di responsabilità verso il pubblico e verso la musica».
L’energia che avete dentro è ancora quella di un tempo?
«La nostra è una falsa età: ci chiamano ancora i ragazzi. Il problema per chi come noi affronta la vita così è che dimentichi di aver passato qualche decennio e non pensi agli acciacchi… che però ogni tanto ti fregano. Ci prendiamo delle vacanze appena possibile».
Magari anche in Umbria.
«Perché no. Credo sia un luogo baciato dalla fortuna. Però dopo l’estate partirò per un viaggio tra Sudamerica e America del nord».

Competenze

Postato il

24 Luglio 2011